Guardando al dopo: il lavoro “da remoto” tra consapevolezze e speranze

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1. Lo smart working è entrato prepotentemente nel dibattito dei giuslavoristi con la stessa velocità di diffusione della pandemia da Covid-19, che lo ha reso il principale strumento per contemperare le esigenze di c.d. distanziamento con la prosecuzione delle attività produttive e amministrative. Questa modalità di esecuzione della prestazione lavorativa si è così imposta alla riflessione anche come potenziale grimaldello, idoneo a forzare un cambio di passo, tanto di metodo quanto di prospettiva, e consentire al diritto del lavoro italiano di andare oltre la riproposizione di tranquillizzanti interventi manutentivi. Il lavoro da remoto – ambito probabilmente più esteso del solo smart working – tocca, infatti, alcuni tra i nodi centrali della materia: a) i poteri datoriali, la cui ampiezza e i correlati limiti richiedono un ripensamento che impegna la ragione stessa del diritto del lavoro; b) il tema della qualificazione dei rapporti e del confine tra lavoro subordinato e lavoro autonomo; c) non ultimo, il profilo della regolazione, che – abbandonato il porto sicuro della norma inderogabile – oscilla con non poca indecisione tra l’esaltazione dell’autonomia individuale e il restyling di quella collettiva, bisognosa, probabilmente, di nuovo sostegno legislativo; questioni tutte sulle quali la dottrina discute da tempo. Da qui il primo motivo d’interesse per un confronto che, prendendo le mosse da un dibattito nato durante le iniziative organizzate presso la Sapienza di Roma, anch’esse da remoto, nella primavera del 2020, è confluito in un Quaderno della rivista Argomenti di Diritto del Lavoro dal titolo Il lavoro da remoto. Per una riforma dello smart working oltre l’emergenza1. Partiamo dal titolo e dal suo, non meno significativo, sottotitolo. La scelta di un titolo è sempre delicata, là dove anticipa il contenuto e quindi richiede un’accorta capacità di sintesi: presuppone una sorta di “patto” con il lettore, può attirarlo, semmai pure intrigarlo, ma non deluderlo; non deve mai promettere ciò che poi non viene garantito dal testo. Il quaderno curato da Martone non corre questo rischio. Così, mentre il titolo prescinde dalle definizioni legislative, ricorrendo a una declinazione più ruvida ma meno edulcorata di quella di lavoro agile, al fine – dichiarato dal curatore nel saggio introduttivo – di “evitare discussioni sulla qualificazione di un fenomeno che abbiamo tutti sotto gli occhi”, il sottotitolo individua due prospettive d’indagine.