La lotta di classe al tempo dei “parassiti”

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I quattro oscar a Parasite – il film del regista sudcoreano Bong Joon-ho uscito già con un certo successo lo scorso anno (peraltro aveva avuto la Palma d’oro a Cannes) – hanno richiamato l’attenzione su forme e contenuti di un’opera particolare, per molti aspetti destinata a restare nella memoria degli appassionati di cinema oltre che nella storia di Hollywood e delle sue polemiche (in particolare con la politica americana: Donald Trump ha approfittato dell’Oscar a un paese con cui gli States hanno problemi commerciali per riaprire ben prima della pandemia le ostilità verso quel mondo). Molti critici hanno definito Parasite un capolavoro, anche se il film di primo acchito non induce a facili entusiasmi. Pur essendo tecnicamente ineccepibile, ben recitato (al netto del doppiaggio), impeccabile nel ritmo narrativo, bellissimo per fotografia e interni (ma anche alcune scene di Seul sotto la pioggia torrenziale sono indimenticabili), non sembra eccellere per nessun verso; e la storia non è particolarmente avvincente. Tratta infatti di un imbroglio tra due famiglie: quella di un ricco manager (con moglie assai carina e due figli in età scolare) e quella di un atleta fallito che, con moglie e due figli ventenni, vive in un sottoscala arrangiandosi con lavoretti e servizi a scrocco (anche per il wi-fi tutta la famiglia cerca connessioni di rimbalzo). È il titolo del
film però che può guidare sia a cogliere l’originalità dell’opera sia a consigliarne la visione al giuslavorista che non perda il gusto di raccordare la realtà normativa con le altre realtà umane, interne ed esterne ai soggetti della relazione lavorativa. Il film ci presenta subito i “parassiti”: sono senz’altro i componenti della
famiglia dell’atleta, quella “povera”. Tutti e quattro sono collocati ai margini di una società che nel complesso sembra prosperare tollerando anche queste esistenze senza pretese e, ciononostante, inquiete e in continua fibrillazione alla ricerca di un’occasione per “scroccare” qualcosa in più da una torta collettiva che appare confezionata e splendidamente guarnita per altri. La furbizia appare l’unico terreno su cui è possibile competere con i propri simili che, per far quadrare i conti, lucrano anche sui cartoni per la pizza piegati (da qualcuno della famiglia) in modo imperfetto per recuperare i danni causati da dipendenti scorretti. Infatti grazie ad un intuito guizzante, la figlia capisce la ragione della pretestuosa contestazione della “pizzaiola” committente e, approfittando subito del nervo scoperto, propone la rinuncia a rivendicare il compenso integrale in cambio di un’assunzione del fratello come sostituto del lavoratore colto in fallo (ma la pizzaiola preferisce pagare il dovuto per intero). Quindi i quattro non sono solo par