Recovery Plan e lavoro femminile

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Sommario: 1. Le diseguaglianze di genere nel patto per il futuro. 2. Le politiche per le donne. 3. Imprenditoria femminile e certificazione della parità di genere. 4. L’importanza di intervenire.

1. Le diseguaglianze di genere nel patto per il futuro

L’architettura del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) è complessa: basata su tre assi strategici, corrispondenti a digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale; declinata in sei Missioni rivolte a obiettivi trasversali finalizzati alla coesione e all’equità sociale. Il Piano, come prevede il Regolamento 2021/241/UE che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza, mette le azioni progettate in relazione diretta con le Raccomandazioni per Paese della Commissione europea che, come ormai abbiamo imparato a conoscere, ci sollecita politiche sociali, tra cui spicca la richiesta di adottare una strategia complessiva per la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, composta da servizi di qualità e competenze digitali. La seconda Raccomandazione per il 2019 individuava “in particolare … l’accesso a servizi di assistenza all’infanzia e a lungo termine di qualità”.
È già nelle prime righe della Premessa che si dà evidenza delle ricadute peggiori della Pandemia su donne e giovani, soprattutto nel Mezzogiorno, anche a causa delle preesistenti carenze. Ne deriva un impegno, alla luce del Pilastro europeo dei diritti sociali nelle dimensioni della parità di opportunità, a promuovere cambiamenti nelle politiche (attive) del lavoro, segnatamente in riferimento alle disuguaglianze di genere e ai divari generazionali e territoriali (p. 12). Genere, generazioni e territori diventa così la triade ricorrentemente evocata con grande enfasi e che può essere considerata uno dei perni fondamentali su cui far ruotare le azioni proposte, che disegnano quello che potremmo definire un patto verso il futuro. Non si può che ritenerla un’ottima indicazione per un Paese come il nostro, ove permane una tradizionale divisione dei ruoli familiari ed è geograficamente diversificato. 
La declinazione risulta, tuttavia, troppo spesso ripiegata su sé stessa ed è così che si torna al binomio ‘donne e giovani’ di inquietante antica memoria (anche se allora ci si riferiva ai minori, anzi ai fanciulli) e alla divaricazione Nord-Sud. Eppure quando si parla di generazioni si dovrebbe aprire il diaframma e considerare la rilevanza di tutte le diverse età e non solo quella minoril-giovanile. Lo stesso si può affermare per i territori, che sono in realtà diversificati anche all’interno di ciascuna regione e provincia, oltre che tra centro e periferie. 
Grande assente è il richiamo alle genti. Nulla nel piano fa riferimento ai flussi migratori. Le migrazioni sono quelle digitali “al cloud” e, se un accenno viene effettuato, questo riguarda l’emigrazione dei nostri giovani. È evidente il condizionamento politico ad evitare un tema ritenuto impropriamente ‘sensibile’, dimostrando di essere ancora avviluppati nella logica emergenziale.
Quanto a ‘donne e giovani’, le perplessità non sono solo formali. Magari lo fossero. Accomunare donne e giovani come soggetti deboli (le famose ‘mezze forze’ del lavoro) significa banalizzare il riconoscimento dei rischi di discriminazione, non tener conto delle causali e degli ambiti, e immaginare una uniformità che, invece, risulta solo nel preoccupante dato occupazionale.